La storia di Robert Enke, il portiere ucciso dalla depressione

Sembrava un Paradiso, ma Robert Enke era al centro dell’Inferno. È sempre così quando c’è di mezzo la depressione. Robert aveva sposato la ragazza che aveva sempre amato, Teresa, unica donna della sua vita. Lo era sempre stata dal liceo in poi. Con lei viveva in una villetta insieme a una bambina e a otto cani, ma la depressione lo aveva già messo all’angolo: aveva più paura di perdere tutto che voglia di godersi il momento. Per questo Robert Enke, il 10 novembre del 2009, a pochi mesi dal Mondiale in Sudafrica nel quale sarebbe partito titolare, ha deciso di togliersi la vita. Una storia assurda, che ha sconvolto la Germania. Anni fa fu prodotto un docufilm in cui appariva anche la vedova Teresa. L’obiettivo era quello di spiegare i sintomi della malattia più triste del mondo: la depressione. Il regista, Klaus Stern, decise di dare al film lo stesso titolo (“Der Torwart”, “Il Portiere”) che avrebbe dato al documentario che stava girando proprio su Enke nel 2009 in vista dei Mondiali. Le parole di Teresa alla presentazione del docufilm, colpirono il Paese:

Io e Robert abbiamo affrontato la malattia da soli, e questo non deve più succedere. Vogliamo spingere gli sportivi che soffrono a farsi aiutare.

In Germania sono particolarmente attenti al tema. Nel 2014 Andreas Biermann, ex St. Pauli, dopo diversi tentativi, si è suicidato.  E già nel novembre del 2011 la depressione stava per mietere un’altra vittima. L’arbitro Babak Rafati cercò di togliersi la vita a poche ore dalla partita di Bundesliga fra Colonia e Mainz che avrebbe dovuto dirigere. Per questo in Germania stanno cercando di aiutare chi soffre di questa terribile malattia, piena di alti e bassi.

Nel febbraio del 2009, a pochi mesi dal proprio suicidio, per il suo compleanno, Robert aveva dedicato a Teresa una poesia:

Grandi preoccupazioni oggi non ne ho. Ma del domani solo una cosa so: ti prego ascoltami, t’amo e di te ho bisogno, credimi.

Insicurezza

I suicidi delle persone travolte dalla depressione, si possono evitare? Forse sì. L’insicurezza e la tristezza che ne derivano, accompagnano in molti per tutta la vita. Enke a sei anni fu costretto a mettersi l’apparecchio ortodontico. Mentre tornavano a casa, Dirk, il padre, gli chiese come stesse. Lui non rispose, ma cominciò a piangere. Non urlò, non fece scenate. Piangeva in silenzio. Non sapeva esprimere i suoi sentimenti a parole, non sapeva come rispondere a quella domanda del papà.

Crescendo le cose non cambiarono. Robert, pur essendo il portiere titolare della nazionale tedesca, non era una star. Lui voleva solo vivere nel suo mondo. Perché solo lì si sentiva a proprio agio.

Gli inizi e il trasferimento al Benfica

Fin dalle giovanili Robert era considerato più forte rispetto ai pari età. Per questo veniva mandato a giocare con i più grandi. Di gol ne incassava pochi, ma alla sua porta bussavano già gli attacchi d’ansia, e quelli non riusciva a pararli. Tutti intorno a lui erano sicuri del suo talento, lui no. Divenne il più giovane portiere a esordire con il Borussia Mönchengladbach, e nell’estate del 1999, a soli 21 anni, lasciò la Germania per giocare con la squadra più gloriosa del Portogallo: il Benfica. Un salto di qualità, ma in realtà fu un trasferimento molto sofferto.

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Subito dopo la firma del contratto Enke fu assalito da un attacco di panico: uscì correndo dalla sede del Benfica e prese il primo volo per la Germania. Teresa, che lo ha sempre accompagnato, ricorda così quei momenti.

Pensava di aver sbagliato a lasciare il suo Paese. Si sentiva solo.

Robert prese però in prestito il coraggio di Teresa e tornò a Lisbona. In poco tempo divenne capitano del Benfica. Le paure però erano solo state messe da parte, non erano state sconfitte. Erano lì, nascoste, pronte a riemergere.

Crisi: dal Barcellona al Fenerbahce

Nell’estate del 2002 Enke passò al Barcellona. Con i catalani giocò solo una partita di campionato. Anche meno a dire la verità: 20 minuti. Entrato al 70’, incassò due reti dall’Osasuna. Gli venne data un’altra possibilità in Coppa del Re, ma subì altri 3 gol. Lì accadde qualcosa di brutto: Frank De Boer, all’epoca suo compagno di squadra, lo criticò apertamente. Non solo. Robert il giorno dopo, leggendo il giornale, scoprì che Louis Van Gaal lo aveva escluso dalla rosa. Venne messo in disparte, fu costretto ad allenarsi da solo. Quelli furono, a suo dire, i giorni più complicati della sua vita. Metteva in discussione il suo talento, metteva in discussione se stesso.

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Venne mandato in prestito al Fenerbahce per rilanciarsi. L’esordio con i turchi fu però un disastro: l’Istanbulspor gli segnò tre gol. I tifosi cominciarono a lanciargli addosso di tutto. Ancora una crisi, mentale prima che tecnica. Decise di tornare in Germania, all’Hannover, dove riuscì a riscattarsi. Il cielo era finalmente azzurro. Poi però il peggiore dei drammi gli strappò per sempre il sorriso dal viso.

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Nel 2006 sua figlia Lara, nata con un problema congenito al cuore, morì. Tre anni dopo lui e Teresa tornarono finalmente a vivere: nel 2009 adottarono Leila, una bambina di appena due mesi. Stava finalmente trovando stabilità, per la prima volta in carriera aveva rinnovato il contratto col club di appartenenza. Era anche riuscito ad esordire in Nazionale e la vita sembrava aver preso la direzione della felicità. Quando si soffre di depressione, però, ci vuole un attimo per ricadere nelle tenebre.

La tragedia

Il suo suicidio arrivò quando Enke aveva raggiunto il punto più alto della sua carriera. A sette mesi dai Mondiali, quando i calciatori sembrano invincibili e si sentono immortali. Non fu un caso però. Löw aveva appena ammesso di considerarlo titolare: lui e non Neuer. Lui e nessun altro.

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Enke fu assalito nuovamente dagli attacchi di panico. Saltò le partite con Russia e Finlandia. Ufficialmente per problemi fisici, in realtà, ma si scoprì solo successivamente, era nel pieno di una fase depressiva. Decise di levarsi la vita facendosi travolgere da un treno. Lasciò un biglietto nel quale si scusava perfino con i medici e i poliziotti che sarebbero dovuti intervenire dopo il disastro. Il 10 novembre del 2009 Enke perse definitivamente la battaglia contro le proprie paure.

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Proprio quando la sua vita sembrava finalmente aver trovato una stabilità. Ma per chi soffre di depressione è proprio questo il momento più delicato. Può sembrare il Paradiso, e invece molto spesso è l’Inferno.

di Elmar Bergonzini

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