Byron Moreno inseguito dagli azzurri

Corea del Sud-Italia 2-1: fu davvero solo colpa di Byron Moreno?

Prima che il piede miracolato di Grosso, nel luglio 2006, ponesse fine a un digiuno lungo quasi un quarto di secolo, gli azzurri avevano ingaggiato una sorta di gara contro se stessi per trovare nuove strategie con cui uscire dai grandi tornei nel modo più atroce possibile. Niente a che vedere coi fallimenti in catena di altre due ammiraglie del calcio mondiale, come la Spagna pre-2008 o l’Inghilterra post-1966, ma trend comunque spiacevole. Anche perché l’Italia, a differenza delle suddette, in quel ventennio abbondante si è sempre presentata a Mondiali ed Europei coi gradi della favorita o giù di lì.

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Difficile, oltre che tutto sommato utile, ordinare gerarchicamente le delusioni azzurre tra il Mundial ’82 e il trionfo di Berlino nel 2006: peggio perdere ai rigori quando si è in finale, oppure in semifinale, ma davanti al pubblico di casa? E un tonfo impietoso come quello di Euro 96 (eravamo di gran lunga la squadra migliore ai blocchi di partenza) è davvero meno doloroso di essere trafitti dalla Francia con un gol nel recupero e un golden gol ai supplementari? Come detto, c’è un’ampia scelta. Ma resta sicuramente ineguagliato il sentimento di rabbia e indignazione che l’intera penisola sperimentò il 18 giugno del 2002, quel giorno di 15 anni fa in cui un’Italia sulla carta stellare si fece eliminare dai Mondiali nippocoreani dai padroni di casa della Corea del Sud

Molti osservatori considerano quella del 2002 la nazionale italiana qualitativamente più forte degli ultimi decenni. Dietro, un muro composto dai vari Buffon, Cannavaro, Nesta, Maldini, che copriva le spalle a una delle più formidabili batterie d’attaccanti messe insieme dal nostro calcio: Vieri, Inzaghi, Totti, Del Piero, Montella (e Baggio era rimasto a casa). Roba da stropicciarsi gli occhi, anche se in mezzo, con Cristiano Zanetti e Tommasi, si poteva sognare di meglio. Il problema vero, tuttavia, si nascondeva in panchina, e non parliamo della mancanza di alternative ai titolari, perché quella squadra ne era colma. Parliamo del commissario tecnico. Trapattoni e i suoi stravolgimenti tattici per contenere un terzino destro ecuadoregno, Trapattoni e l’acqua santa, Trapattoni e gli eccessi di prudenza.

Mondiali 2002, Corea-Italia 2-1: lo show di Byron Moreno

Quella squadra avrebbe dovuto scendere in campo con la certezza che non avrebbe mai potuto prendere gol, vista quella difesa, e che nel frattempo ne avrebbe segnati almeno un paio a partita, visto quell’attacco. E invece l’atteggiamento degli azzurri fu sempre insicuro, teso, reso evidente già dal girone (facile) che superammo con appena una vittoria – all’esordio contro l’Ecuador – e grazie a un pareggio in extremis di Del Piero contro il Messico, dopo l’inusitata sconfitta in rimonta contro i croati. Il tabellone, comunque, ci riservò per gli ottavi di finale un avversario assolutamente alla portata, la Corea del Sud del perugino Ahn e di quel genio di Guus Hiddink. L’unico problema previsto era l’ambiente surriscaldato del Daejon World Cup Stadium, oltre che il dover sopperire alle assenze di Nesta e Cannavaro (ma Coco e Iuliano sembravano dare sufficienti garanzie). Tuttavia le insidie, come poi constatammo, erano anche altre.

Scaricare su elementi esterni le colpe delle proprie debacle non è un atteggiamento responsabile, né corretto, né razionale. Come detto, l’Italia del 2002 era talmente zeppa di classe che avrebbe dovuto travolgere ogni ostacolo, previsto o meno, con l’inesorabilità di una falange macedone. Non ci riuscì, anzi non ci andò nemmeno vicino, e ciò non può che essere addossato a uno staff tecnico tremebondo e a uno spogliatoio meno coeso e concentrato del dovuto. L’Italia giocò quasi sempre male, fatta salva la prima mezzora della prima partita, senza mostrare nulla della qualità e della personalità attese; e questo, nonostante si fosse trovata di fronte avversari di tre o quattro categorie inferiori. Detto questo, gli arbitraggi dei Mondiali nippocoreani passarono alla storia come i peggiori mai visti nella più importante manifestazione calcistica del mondo, e l’Italia fu senza dubbio una delle squadre più danneggiate.

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Avevamo avuto da ridire, e con più di una ragione, già nel girone eliminatorio, quando ci furono annullati quattro gol contro Croazia (Vieri e Materazzi) e Messico (Inzaghi e Montella). E non lasciava tranquilli il modo in cui la Corea aveva fatto fuori il Portogallo ai gironi (lusitani in 9 uomini dopo 38′ nello scontro diretto decisivo). E poi arrivò Byron Moreno. Lo show del fischietto ecuadoregno iniziò dopo quattro minuti, quando decise di omaggiare i coreani di un rigore risibile per trattenuta di Panucci: Buffon, con una prodezza, silenziò l’urlo delle 40mila gole di Daejon. Il gol del solito Vieri, al 18′, sembrava aver indirizzato la gara su binari rassicuranti, ma l’atteggiamento di Moreno, severo con gli azzurri e oltraggiosamente permissivo coi coreani (si rivedano i falli su Zambrotta, Totti, Coco e Tommasi), rimise subito mentalmente in partita gli avversari, innervosendo i nostri. Le occasioni per chiuderla ci furono, ma Bobo le sbagliò tutte. Il Trap decise di togliere Del Piero per Gattuso, consegnandosi al destino nell’ultima mezzora, come se fosse ignaro che il mostro, come da tradizione, si nasconde sempre all’ultima curva. E così andò: Panucci s’ingarbugliò su un cross dalla destra e Seol incrociò di sinistro sul palo lontano. Stadio in fiamme e azzurri nel panico, costretti in extremis ai supplementari come due anni prima a Rotterdam.

E poi, ancora, Byron Moreno: doppio giallo a Totti per una simulazione che non lo era, gol regolare annullato a Tommasi. E al 115′ calò la ghigliottina: altra palla buttata in mezzo dalla sinistra, Maldini è in ritardo, Ahn spizzica quel tanto che serve a bucare Buffon (e a farsi licenziare da Gaucci). L’Italia era fuori agli ottavi dal Mondiale che forse più di ogni altro avrebbe dovuto vincere, la Corea proseguì il suo viaggio maleodorante (i quarti contro la Spagna non furono meno scandalosi) fino alla semifinale, dove furono abbattuti dalla Germania. Quella fu anche l’ultima gara di Paolo Maldini con la maglia della nazionale, un congedo quasi più triste di quello al Milan, sette anni più tardi. La Fifa di Blatter sappiamo che fine ha fatto, e di Byron Moreno si sentì parlare qualche anno più tardi, quando fu condannato a due anni e mezzo di reclusione per traffico internazionale di stupefacenti. Non fu invece l’ultima gara del Trap come commissario tecnico: Byron Moreno salvò anche lui. Due anni dopo fu un altro tracollo, e anche quella volta fu solo colpa degli altri, più precisamente del biscotto nordico tra Svezia e Danimarca. Ma era solo una parte minoritaria della verità.

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