Mourinho e l’esordio al Porto: com’è nato il mito dello Special One

Assoluto dominatore del calcio portoghese per tutta la durata degli anni ’90 del XX secolo, in cui conquista 7 campionati e pare destinato a tornare competitivo anche a livello europeo, all’alba del nuovo millennio il Porto è sprofondato in una crisi profonda, cominciata con l’addio del tecnico António Oliveira. Il suo successore, Fernando Santos, ha vinto il titolo all’esordio per poi centrare due secondi posti consecutivi, risultati che gli sono costati il posto in favore di Octávio Machado, sotto la cui guida non solo i Dragões non sono riusciti a tornare a vincere, ma hanno finito addirittura per scivolare verso l’anonimato di metà classifica.

Il 20 gennaio del 2002 il Porto esce con le ossa rotte dal confronto sul campo del Boavista campione di Portogallo, sconfitto 2-0 e quinto in classifica, lontano da quei rivali che un tempo non molto lontano dominava senza pietà. È la goccia che fa traboccare il vaso e che porta la dirigenza a prendere una decisione coraggiosa: via Machado, che qui concluderà la carriera appena cominciata, dentro José Mourinho, tecnico appena 39enne che ha stupito tutti trascinando il modesto União Leiria al quarto posto, ottenuto dopo il sorpasso ai danni dei Dragões bianco-blu e che di fatto gli è valsa la prima grande occasione nel calcio che conta.

Il 23 gennaio del 2002, tre giorni prima di compiere 39 anni e senza aver mai guidato una squadra per un intero campionato, José Mourinho viene nominato nuovo allenatore del Porto. È praticamente un esordiente, ma chi lo conosce bene è consapevole della sua determinazione e della sua passione, dell’attenzione nei confronti delle analisi statistiche, delle sue doti innate di leader e della cura maniacale con cui prepara una partita fin nei minimi dettagli. Ha studiato con attenzione alla corte di Bobby Robson e poi di Louis van Gaal, ha fatto bene anche al Benfica, pur dimettendosi dopo sole 9 giornate in seguito alle elezioni che hanno visto sconfitto il presidente che lo aveva voluto. Chi lo conosce bene, insomma, sa che quel giovane allenatore può fare strada. Nessuno però può sospettare che diventerà un’icona, lo Special One, lasciando un marchio indelebile nella storia del calcio mondiale.

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Mourinho, come José è diventato lo Special One

Carismatico e orgoglioso, sicuro di se fino all’arroganza, profondamente innamorato del calcio e di tutto quello che lo circonda, istrionico, tagliente e senza peli sulla lingua, amato e odiato in egual misura e capace come pochi di portare squadre e tifoserie dalla propria parte. Questo è il José Mourinho che tutti gli appassionati conoscono, uno degli allenatori più vincenti del nuovo millennio, la nemesi di Pep Guardiola in uno dei duelli calcistici e filosofici più belli mai visti tra due allenatori. Parliamo del periodo in cui entrambi erano al proprio massimo sulle panchine di Barcellona e Real Madrid.

Un duello che avrebbe potuto benissimo essere riproposto in Premier League” href=”https://calciorepublic.com/premer-league”>Premier League, a Manchester, dove Mou arriva – ormai già da tempo Special One – nel 2016 per guidare lo United, chiamato come antidoto al sempre più forte City di Pep. Gli ingredienti per una nuova grande sfida ci sarebbero tutti sulla carta, ma alla prova del campo il Manchester United si rivelerà ben poca cosa. Qualcosa di sicuro sbaglia anche Mourinho, dato che per la prima volta la sensazione è che non sia mai riuscito a entrare nel cuore di club e tifoseria, ma certo è che anche guardando quello che è accaduto dopo con il suo successore Solskjaer, amato dal pubblico e supportato dalla dirigenza, la sensazione è che i Red Devils fossero la realtà sbagliata nel momento sbagliato in una carriera altrimenti memorabile.

Che tecnicamente comincia il 26 gennaio del 2002, giorno del suo 39esimo compleanno e a 72 ore dalla nomina: il Porto batte 2-1 il Maritimo grazie all’autogol di Briguel e alla rete di Hélder Postiga, primo di una serie di successi che segna l’inizio di una strepitosa rimonta in campionato che si conclude con il terzo posto e la qualificazione in Coppa UEFA. È la base per la stagione 2002/2003, in cui i Dragões tornano a vincere il campionato con ben 11 punti di vantaggio sul Benfica e la Coppa di Portogallo, battendo in finale proprio quell’União Leiria con cui si è fatto notare.

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Campionato, UEFA e Champions League

La prima stagione intera di José Mourinho alla guida di un club è assolutamente da ricordare, e si conclude nel migliore dei modi il 21 maggio del 2003 a Siviglia, dove il Porto alza al cielo la Coppa UEFA dopo aver sconfitto ai supplementari per 3-2 il Celtic Glasgow. Si tratta del quarto trofeo internazionale nella storia del club, il primo dopo la leggendaria stagione 1986/1987 che ha visto i lusitani conquistare Coppa dei Campioni, Supercoppa UEFA e Coppa Intercontinentale. Risultati che molti ritengono irripetibili: il calcio è cambiato profondamente, e un movimento come quello portoghese sembra essere troppo indietro a livello continentale.

Ma se José Mourinho diventerà per tutti lo Special One è proprio perché si dimostrerà capace di rendere possibile l’impossibile. Nella stagione 2003/2004 il Porto si ripete in campionato e contro ogni pronostico si fa strada in Champions League fino alla finale di Gelsenkirchen, eliminando lungo il proprio cammino Manchester United, Lione e Deportivo La Coruna. Il 26 maggio del 2004, superando con un netto 3-0 il Monaco di Didier Deschamps grazie alle reti di Carlos Alberto, Deco e Alenichev, i bianco-blu di Oporto si laureano campioni d’Europa: è nata la leggenda dello Special One.

Il resto è storia: Mourinho guiderà nei 15 anni successivi alcuni tra i più grandi club d’Europa, dal Chelsea al Real Madrid passando per l’Inter, dove rimane appena due anni lasciando fresco di un Triplete che entra nella storia del calcio italiano e mondiale. Su di lui verranno scritti libri, trattati e analisi che comunque non potranno mai raccontare completamente la grandezza di un tecnico unico ed inimitabile, troppo complesso per poter essere definito e con un carattere talmente forte da indispettire i suoi detrattori. I quali non perderanno mai l’occasione di denigrarlo al primo mezzo passo falso: i duelli persi con Guardiola in Spagna, i successi mancati in Europa, la fallimentare esperienza allo United.

Non sono preoccupato dalla pressione. Se avessi voluto un lavoro facile, lavorando con la grande protezione di quello che avevo già fatto, sarei rimasto al Porto – una bella sedia blu, una Champions League. Dio, e dopo Dio, io. Se fossi rimasto là, perdendo 10 gare e senza vincere la Champions League, la gente avrebbe continuato a fidarsi di me e a pensare che sono il migliore.

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Un personaggio unico

A Manchester, anche se mancano le prove, la sensazione è che la squadra lo scarichi, abbandonandolo al proprio destino. Che sia vero oppure no si tratta di un inedito, dato che più che di una bacheca ricca di trofei e del giudizio di tifosi e addetti ai lavori, che troppo spesso amano disquisire su quanto incida un tecnico nei successi di squadra e su cosa sia definibile come “bel gioco”, contano le testimonianze dei tanti giocatori diventati grandi con lui e che per lui, come testmoniato da Samuel Eto’o, in campo avrebbero lottato fino alla morte.

A proposito di Eto’o: il camerunense arriva all’Inter nel 2009/2010, parte dell’accordo che porterà al Barcellona Zlatan Ibrahimovic. La conversazione che si dice avvenga tra lo svedese e il tecnico al momento dei saluti è destinata a entrare nella storia e la dice lunga sul personaggio Mourinho, che dopo aver chiesto al suo ormai ex centravanti se con i blaugrana intende vincere la Champions lo avvisa: “Saremo noi a vincerla, non te lo scordare.”

Questo è stato, e questo è, Jose Mourinho, lo Special One. Un genio della tattica e della comunicazione, straordinariamente abile nel vendere se stesso, spesso presuntuoso e arrogante oltre misura ma capace di scoprirsi inaspettamente umano: a testimoniarlo le lacrime durante il discorso di ringraziamento di Wesley Sneijder, che in occasione della premiazione del Pallone d’Oro 2010 lo definisce “il miglior allenatore al mondo”, l’emozione con cui racconta i mesi successivi all’addio al Manchester United, in cui confessa di sentire la mancanza del calcio, gli occhi lucidi all’indomani della morte dell’amato cane Leya, avvenuta lo scorso Natale.

In quell’occasione Mourinho sta commentando la prestazione del suo nuovo club, il Tottenham Hotspur, l’ennesimo capitolo di una storia che sicuramente ha ancora molto da dire. Negli anni che verranno, c’è da scommetterci, farà di tutto per tornare a riprendersi il posto che ritiene gli spetti di diritto e c’è da scommettere che sentiremo ancora parlare di un personaggio unico e inimitabile, che può essere amato oppure odiato ma che certo non potrà mai lasciare indifferenti. Una caratteristica che è prerogativa dei più grandi, di chi è speciale. In fondo, stiamo parlando dello Special One.

Dio deve pensare di me che sono un gran bel tipo. Deve pensarlo, altrimenti non mi avrebbe dato così tanto. Se mi ha aiutato tanto dev’essere perché ha davvero una grande opinione della mia persona.

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