UFC 246, è Conor McGregor show: il re è tornato, steso Cowboy Cerrone

UFC 246 è stato senza se e senza ma l’evento della redenzione. Redenzione per Donald Cowboy Cerrone, che nonostante la sconfitta è riuscito ad uscire dall’eterna gavetta – ben pagata, senza dubbio – conquistando un money fight non agognato ma comunque meritato. Redenzione per Drew Dober e Roxanne Modafferi, che si sono sbarazzati degli stra-favoriti Nasrat Haqparast e Maycee Barber in due incontri che parevano essere più una passerella per i giovani e rampanti prospetti, oggettivamente lanciatissimi. Ma, non prendiamoci in giro: la serata della T-Mobile Arena è stata quella della resurrezione di Conor McGregor.

Un McGregor diverso, sin dalla conferenza stampa pre-evento: un insolito tono rispettoso, per la leggenda che effettivamente Donald Cerrone è, a cui si è aggiunto un approccio colorito a livello verbale, ma comunque con un profilo più basso e composto. Anche l’apparenza estetica di McGregor, d’altronde, era palesemente diversa: un accenno di orecchie a cavolfiore – segno di un camp duro e con nulla lasciato al caso -, una espressione provata ma soddisfatta, di chi sa di essersi preparato come meglio non poteva, come fosse il match più importante della sua carriera, per un incontro comunque favorevole a livello stilistico. La sensazione, però, era che a prescindere da tutti questi fattori ci si trovasse di fronte ad un McGregor diverso, con la stessa fame di un tempo, la stessa che gli ha permesso di portarsi a casa due titoli in altrettante categorie di peso in UFC.

Ed è stata così che effettivamente è andata: si comincia, Cerrone parte aggressivo cercando la gamba sinistra di Notorius per un takedown. Quest’ultimo però controlla, prova a mettere il sinistro e colpisce prima con una ginocchiata – fortuita – e poi con tre spallate il viso di un Cowboy subito segnato e sanguinante. Quello l’inizio della fine, con lo statunitense che prova l’high kick e l’irlandese che fa esattamente lo stesso subito dopo aver impattato quello avversario. Cowboy è stordito, Conor entra di braccia e lo manda knockdown, finendolo in ground and pound con Hearb Dean che ritarda un po’ troppo nell’interruzione del match. Tripudio generale, successo conclamato: Notorius è tornato, ed è un atleta che sa di aver dilapidato il proprio patrimonio morale post-UFC 205 in favore di quello economico, in una scelta che ha sorriso al business ma non alla sua legacy.

UFC 246: i segreti del successo di McGregor

Una seconda paternità, una serenità rinnovata dopo aver toccato il fondo e una consapevolezza che, tra pugni ad anziani e presunte accuse – mai confermate – di violenza sessuale, continuare a raschiare il fondo in questo modo non avrebbe potuto portare ad altro che all’autodistruzione e all’elevazione massima dei propri demoni. Per questo McGregor si è preso un po’ di tempo per sé, ha ritrovato la quadra, è tornato a quella SBG Ireland che è stata utile a costruire tutti i successi del passato, ha ascoltato ciò che il suo storico coach John Kavanagh aveva da dire ed ha fatto ciò che nel tempo passato lo contraddistingueva: lavorare, duro.

Ha destato poi curiosità la presenza al suo angolo di Tony Robbins, mental e life coach tra i più rinomati e famosi al mondo, e che basa il suo metodo sulla teoria dello sviluppo personale. Una figura di spicco assoluto anche nella consulenza e nel lavoro su personaggi quali Donald Trump e Bill Clinton, giusto per citarne alcuni. Che l’equilibrio trovato anche grazie a Robbins sia la chiave dietro al successo di stanotte? Possibile, chiaramente. Quel che è certo è che Conor McGregor è tornato, e che l’irlandese adesso è pronto – come da lui stesso dichiarato – a puntare al titolo delle 145 libbre, a quello delle 155 e a quello delle 170. Più probabile, però, un match con l’altro bad boy della compagnia Jorge Masvidal, e poi magari una seconda sfida titolata a 155 libbre contro Khabib Nurmagomedov, per regolare i conti in maniera definitiva con l’eterno rivale daghestano.

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UFC 246, McGregor batte Cerrone per ko tecnico al primo round