Hooligans, la storia del Millwall: ‘No one like us, we don’t care’

Londra, 1885. Nella zona sud-est della città, tra un cantiere navale, un’officina meccanica e le montagne di rifiuti accatastate a ridosso delle rive del Tamigi, nasce una squadra destinata, a suo modo, a scrivere la storia del calcio inglese. Il Millwall FC infatti, al contrario di quanto si possa pensare, non è ricordato, né sembra destinato a esserlo in futuro, per la sua folta bacheca e il passato ricco di vittorie, bensì è sempre passato alla cronaca per le intemperanze e le vicissitudini che sin dagli albori hanno accompagnano la sua tifoseria.

Ma andiamo con ordine. Il fenomeno sociale che porta alla nascita e allo sviluppo delle F-Troop degli anni ’70, diventate solo successivamente Millwall Bushwakers, ha un’origine molto più antica. L’Isola dei Cani, o Isle of Dogs che dir si voglia, sin dalla metà dell’800 è sempre stata una zona in continua evoluzione e al centro della vita socio economica della Londra vittoriana. È un passaggio importante, forse il più importante di tutti perché destinato a segnare per sempre la differenza tra loro e gli altri. Tra i dockers e il resto della popolazione. Tra operai portuali ed altri operai portuali. Il calcio, per un attimo, lasciamolo da parte.

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A quei tempi, da quelle parti, la vita è un inferno. Se da una parte il paese vive probabilmente uno dei suoi migliori momenti dal punto di vista dell’espansione industriale, la continua crescita della popolazione e lo sviluppo commerciale rendono quell’area a sud est di Londra il fulcro principale della vita economica del paese. Tra i fumi di una ciminiera e le banchine delle rive del Tamigi ogni giorno, a ritmi elevatissimi e con orari di lavoro inimmaginabili, migliaia e migliaia di lavoratori, molti dei quali provenienti dalla Scozia, contribuiscono al funzionamento di uno dei porti navali più grandi e frenetici al mondo. Il continuo via vai di merci in entrata e in uscita dal paese non dà tregua: qui bisogna solo lavorare e costruire, senza un attimo di sosta.

La Grande Depressione e il passaggio del Millwall al The Den

Come potete ben capire Millwall era, e rimane tutt’ora, una comunità a parte. Nulla a che vedere con gli sfarzi della City, lontana qualche manciata di chilometri. La Grande Depressione degli anni ’20 cambia tutte le prospettive. L’Isola dei Cani diventa un luogo del tutto estraneo al resto del paese, covo di una fascia sociale senza regole, in completa balia di se stessa e dalla quale gli stessi londinesi si tengono a debita distanza. Le villette a schiera di Fitzrovia e Pimlico qui neanche sanno cosa siano: il quartiere si è fermato e alle rovine dei cantieri o alle discariche a cielo aperto fanno da contorno intere aree fatte di mattoni rossi e case popolari.

Nascono le prime bande criminali che, inversamente alla crisi economica, cercano di prendere il controllo di aree sempre più grandi della capitale inglese e dell’Inghilterra in generale. I Peaky Blinders (gang di Birmingham famosa per le guerre per il controllo del traffico illegale di scommesse e di armi con le bande londinesi) prima, i Richardson (Sud Est di Londra) e i Kray (Est e Nord Est di Londra) poi. Di pari passo con l’espandersi della criminalità, Londra vive anche una crescita dal punto di vista calcistico.

Il Millwall FC, che fino al 1910 non aveva mai avuto uno stadio tutto suo, si trasferisce al The Den in pianta stabile dal 1910. Un impianto irregolare, fatiscente, con tribune ricavate dagli avanzi di vecchie costruzioni, composto da spogliatoi senz’acqua o senza finestre. Per i giocatori andare a giocare lì, sin dagli inizi, è più un incubo che un piacere. Come già anticipato, i Lions non si contraddistinguono per le vittorie ottenute sul campo, né tantomeno per i trofei conquistati. È sempre solo la tifoseria (o meglio, gli abitanti del quartiere) a farla da padrone.

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La rivalità con il West Ham

Tra i motivi per i quali si ricordano di più i supporters del Millwall c’è senza dubbio la rivalità con il West Ham. Sebbene molti pensino che il motivo di tale odio sia puramente calcistico, le motivazioni in realtà vanno ricercate più a fondo e con particolare attenzione al periodo della Grande Depressione. A metà degli anni Venti, infatti, nell’intera area dei Docks viene indetto uno sciopero. La crisi si fa sentire, il lavoro comincia a scarseggiare e sempre più lavoratori non hanno i soldi per il sostentamento della propria famiglia.

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Quello sciopero, simbolicamente, rappresenta l’inizio delle ostilità tra i Dockers e gli East Enders. Mentre la quasi totalità dei lavoratori affolla il porto per dare inizio alle proteste, dall’altra parte del Tamigi, come se nulla fosse, la gente di Millwall sceglie di non partecipare e, in barba a migliaia di colleghi, dà inizio alla propria giornata lavorativa come se nulla fosse. Questo atto è vissuto da molti come un “tradimento” e le tensioni tra le comunità si fanno tesissime. Tensione che, nel corso degli anni, si placa lentamente ma si sposta con ancora più ferocia all’interno degli stadi e segue, di pari passo la nascita del fenomeno degli hooligans e delle varie sottoculture.

Dagli hooligans ai giorni nostri

Spiegato questo, di cose da dire sul Millwall ce ne sarebbero davvero poche. O meglio, ce ne sarebbero e non pochi di fatti da raccontare, ma resteremmo comunque lontani dalla parola calcio. Superata la Grande Depressioni e la Seconda Guerra Mondiale, l’Inghilterra come del resto tutti gli altri paesi coinvolti, cercano piano piano di tornare alla normalità. Il calcio rappresenta uno degli interessi principali e un grande agglomeratore sociale. I tifosi riempiono gli spalti ma con loro si portano anche la violenza e la rabbia repressa degli anni precedenti.

Gli hooligans non nascono a Londra, né tantomeno nell’Isola dei Cani, ma sicuramente è anche grazie ai Bushwackers del Millwall se il fenomeno si espande in larga scala in tutto il paese. I disordini causati dai supporters dei Lions sono quasi all’ordine del giorno. Si passa dalla granata inesplosa lanciata a Griffin Park contro il Brentford nel 1965 fino all’aggressione rabbiosa all’arbitro e ai giocatori del Plymouth del 1967 per aver interrotto la striscia positiva di 59 risultati utili consecutivi al The Den.

Dagli scontri con i tifosi dell’Ipswich Town per la sconfitta nei quarti di FA Cup nel 1978 che portò il manager ospite a richiedere l’uso del lanciafiamme da parte della polizia contro i facinorosi, passando per i 41 arresti portati a termine da Scotland Yard nel 1988 dopo il derby contro l’Arsenal, fino ai disordini con i tifosi del Liverpool nel 2004, dopo aver offeso le vittime di Hillsborough e aver scatenato la rabbia dei Reds.

Tra tutti questi avvenimenti però, si ricordano in particolare tre date:

  • Gli scontri avvenuti all’esterno del The Den nel 2002 dopo i playoff persi contro il Birmingham. In quell’occasione quasi 50 poliziotti e ben 24 cavalli (sempre appartenenti alle forze dell’ordine) furono feriti gravemente. Le TV nazionali parlarono per settimane dell’accaduto, definendolo forse uno dei pomeriggi più bui della storia del football d’oltremanica.

  • La guerra ‘civile’ di Kenilworth Road, casa del Luton FC. Nel turno di FA Cup del marzo del 1985, vinto dai padroni di casa per 1-0, furono innumerevoli le risse e le invasioni di campo dei tifosi di entrambe le tifoserie. Lancio di sassi, mattoni, oggetti contundenti di vario genere e qualsiasi altra cosa atta ad offendere furono utilizzati quel pomeriggio. Un pomeriggio di ordinaria follia, entrato negli annali della storia dell’hooliganismo che, per far capire quanto il Millwall sia davvero odiato, vide l’arresto di numerosi tifosi appartenenti alle firm di Chelsea (Headhunters) e West Ham (Inter City Firms), oltre ovviamente ai molti supporters appartenenti alla firm del Luton, i MIGs.

  • La battaglia di Upton Park, il 25 agosto del 2009. Nonostante la polizia avesse ridotto il settore ospiti da 3000 a 1500 unità, gli scontri tra tifosi furono inevitabili Su Green Lane e attorno allo stadio degli Hammers si vissero momenti di pura follia. Il bilancio finale fu pesante: 20 feriti, di cui 10 gravi, e un accoltellato all’addome.

‘No one likes us, we don’t care’

“Non piacciamo a nessuno, non c’importa”. Questo, da sempre, è il motto dei tifosi del Millwall. Loro sanno di essere diversi, sanno di appartenere a una cultura e ad una fetta di classe sociale nettamente diversa dalle altre, ma proprio su questo hanno fondato, nel corso degli anni, la loro forza e il loro spirito di appartenenza. Sono odiati da tutti e allo stesso tempo loro odiano tutti. Lo sanno, ma sembra non importagliene granché.

Una sbronza, una scazzottata, una partita: questo è il Millwall.

Con queste parole ha sempre definito la sua squadra uno dei capi storici dei Bushwakers, conosciuto anche come Harry the Dog. Parole che non lasciano spazio a interpretazioni. Questa era, è, e rimarrà sempre, Millwall. Che piaccia oppure no.

di Andrea Pettinello

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